Categoria: Ecologia

Il fantasma del gigante passato

ResearchBlogging.orgBentornati al Volo del Dodo, il blog che non si lamenta delle settordici pubblicità su Star Wars perché, durante il resto dell’anno, se ne deve beccare un quarantaliardo sulla Champions League. Ok quelle con Pif si potevano evitare ma il punto rimane. Spero abbiate ricevuto in regalo un cagnolino di pile che si scalda al microonde per le feste perché oggi si parla di quanto siamo marci dentro. Non fuori. Fuori siamo FIAMMANTI E CROMATI.

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Un lamantino (Trichechus manatus) impegnato ad essere meglio di voi. Immagine Ramos Keith, U.S. Fish and Wildlife Service

È il 3 gennaio, una giornata come le altre all’acquario di Genova. Sotto di me, oltre al ponticello che permette al pubblico di camminare, c’è una grande vasca di acqua tiepida. L’umidità è leggeremente più alta rispetto al resto dell’edificio e il tizio al mio fianco odora come se si fosse fatta un bagno nel deodorante. Non importa. Mi sporgo dalla balaustra per vedere meglio, dopotutto sono qui solo per uno motivo: vedere i mammiferi che, insieme ad un piccione estinto, hanno dato tanto a questo blog. Eccolo. Tra le foglie di insalata che galleggiano a pelo d’acqua fanno improvvisamente capolino due grandi narici: un lamantino. Quando dico “improvvisamente” non prendetemi alla lettera, la velocità del lardoso animale è assimilabile a quella di una qualsiasi segreteria universitaria. Il lamantino si muove come se fosse circondato da marmellata, Il senso di pace e di menefreghismo nei confronti del mondo esterno trasmessi da questo animale sono incomparabili. Il bambino accompagnato dal testimonial dell’Axe corre sul ponticello per vedere meglio l’animale, è esaltato dalle sue dimensioni; in effetti il lamantino impressiona, sarà lungo 3 metri e pesante parecchi chili. Ma non è nemmeno paragonabile a ciò che il pargolo avrebbe potuto vedere se fosse nato anche solo poco tempo fa.

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Ultrasuoni, mormorii e testicoli: storie di (non) ordinarie vocalizzazioni

ResearchBlogging.orgBentornati al Volo del Dodo, il blog che interpreta Crimson Peak come un prequel de “I Vendicatori” e si chiede perché Loki sia diventato improvvisamente così sentimentale. L’articolo di oggi è un casino interattivo (UEILAAA! Come siamo borghesi!) e si ascolta almeno quanto si legge. Se ne state usufruendo al lavoro permettetemi di consigliarvi le cuffie, vi salveranno da potenziali incomprensioni.

I nostri protagonisti. Immagini Wikimedia Commons

I nostri protagonisti. Immagini Wikimedia Commons

Uno dei giochi a cui sottoponiamo gli infanti della nostra specie è il famigerato “Che verso fa?”. Solitamente questa attività viene svolta nel periodo in cui la zoologia tira di brutto nella vita di un bambino/a, quando il pargolo è capace di rispondere prontamente a domande del calibro di «Come fa la mucca?» e «il leone? Come fa il leone?». Una volta ho assistito ad una variazione interessante del tema, quando una giovane madre ha costretto il figlio di pochi mesi ad addentrarsi nel difficile terreno della paleoacustica chiedendogli «Come fa il dinosauro?». Il bambino ha tentennato, apparentemente dilaniato dall’indecisione tra ricostruire il verso di una bestia estinta basandosi su speculazioni e mangiarsi la manica del maglioncino a righe che stava indossando. Pressato dall’insistenza della madre, il piccolo ha giustamente scelto di non compromettere la sua integrità scientifica e si è messo a piangere.

Le vocalizzazioni delle altre specie ci intrigano, soprattutto quando scopriamo con orrore che spesso sono un modo per dire qualcosa ad un altro individuo. Per precisare, con comunicazione acustica intendiamo lo scambio di informazioni tra due individui per cui un segnale, la vocalizzazione appunto, è diretto da un “mittente” ad un “destinatario” e altera il comportamento delle due parti in causa. E quale migliore momento per godersi le vocalizzazioni della primavera inoltrata? In questa stagione il canto degli uccelli, il gracidare delle rane e il frinire delle cicale ci permettono di vivere un nostro personale momento “Fattoria Osella”. Quasi non ci viene da pensare che tutta ‘sta roba non sia per il nostro godimento ma, in realtà, il modo più spiccio di molte specie per dire «Ehi bella, sono qui, senti la mia poderosa e maschia voce…. Uuuuuh yeaaaaah». Ebbene sì popolo, è di nuovo quel momento dell’anno in cui il Volo del Dodo rientra improvvisamente nelle letture GIENDER: è tempo di Selezione Sessuale.

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War of the roses: la spettacolare vita degli afidi

ResearchBlogging.orgSalve, sono sempre il vostro Francesco Lami. Ultimamente Il Volo del Dodo sembrava essersi estinto al pari della sua controparte nel mondo reale, a causa del fatto che Andrea è impegnato nel suo dottorato e io ero impegnato a non ottenerne uno. Ma se Jurassic Park ci ha insegnato qualcosa, è che l’estinzione non è per sempre (anche se, visto Jurassic World, forse quella particolare saga cinematografica faceva meglio a rimanere estinta)

Ho un ricordo molto vago di questo film. Alla fine vinceva la formica o la crisopa? Immagine modificata da Francesco Lami.

Ho un ricordo molto vago di questo film. Alla fine vinceva la formica o la crisopa? Immagine modificata da Francesco Lami.

A costo di reiterare una tremenda banalità, certe volte non c’è bisogno di spingersi in giungle inespugnabili per ammirare creature strane ed esotiche. Animali bizzarri e interessanti spesso vivono molto vicino a noi, nelle nostre città e nei nostri giardini; passano inosservati perché sono molto piccoli, o perché vengono dati per scontati, ma se ci si sofferma si scoprirà un mondo multiforme e variopinto, che in confronto Pandora sembra 50 sfumature di grigio – La versione letterale. Si prenda ad esempio una siepe di rose, come possono essercene tante a scopo ornamentale.

Le coccinelle balzano subito all’occhio, anche perché ho un bias tremendo nei loro confronti visto che le studio. Ce ne sono molte specie, fra cui la più nota al grosso pubblico è Coccinella septempunctata, dalle elitre rosso fuoco a macchie nere. Difficile a crederlo, ma gli orrendi sgorbi neri e bozzuti che strisciano poco distante dalla nostra coccinella appartengono alla stessa specie: tutte le coccinelle, per quanto variopinte siano da adulte, cominciano la vita sotto forma di larve, generalmente nere e non altrettanto popolari, anche se non credo che sia una questione razziale in questo caso. Poco distante dalla nostra coccinella a sette punti, comunque, ecco Harmonia axyridis, la coccinella arlecchino, che i veri fedeli del blog hanno già incontrato. Questa specie invasiva originaria dell’Asia si presenta in una grande varietà di forme e di colori piacevoli alla vista, ma non è certo amica delle nostre coccinelle autoctone, per cui rappresenta un competitore e a volte anche un predatore.

Spostando la nostra attenzione in un altro punto della nostra rosa immaginaria, ci imbattiamo in una larva verde e grassoccia, con l’estremità anteriore appuntita: è la larva di un sirfide. Queste mosche presentano moltissimi motivi di interesse, ma sono note soprattutto per il loro mimetismo batesiano nei confronti di api e vespe. Il mimetismo batesiano, per chi non lo sapesse, è l’equivalente biologico di film di The Asylum come Transmorphers e Atlantic Rim: vale a dire una copia, magari non perfetta ma a prima vista molto simile, di qualcosa di più riconoscibile e noto. Nel caso dei film di The Asylum si tratta di spacciarsi per un blockbuster fregando gli spettatori che si trovano a guardare qualcosa che può essere definito “film” solo con generose concessioni alla semantica; nel caso di organismi come i sirfidi si tratta di imitare animali pericolosi come le vespe per scoraggiare i predatori dall’attaccare quelle che in realtà sono gustose e indifese mosche.

Nell’equivalente afidico di un museo dell’Olocausto, ecco dall’alto a sinistra e in senso orario la coccinella Coccinella septempunctata, il sirfide Episyrphus balteatus e la crisopa Chrysoperla carnea (immagini Wikimedia Commons), che allo stadio larvale (e la coccinella anche da adulto) sono tutti voraci predatori di afidi. Nell’ultima immagine la vespa parassitoide Aphidius colemani (immagine www.freshplaza.it) colta con le mani nel sacco, o meglio con l’ovopositore nell’afide.

Nell’equivalente afidico di un museo dell’Olocausto, ecco dall’alto a sinistra e in senso orario la coccinella Coccinella septempunctata, il sirfide Episyrphus balteatus e la crisopa Chrysoperla carnea (immagini Wikimedia Commons), che allo stadio larvale (e la coccinella anche da adulto) sono tutti voraci predatori di afidi. Nell’ultima immagine la vespa parassitoide Aphidius colemani (immagine http://www.freshplaza.it) colta con le mani nel sacco, o meglio con l’ovopositore nell’afide.

Proseguendo il nostro viaggio immaginario, ci troviamo di fronte a un gruppo di strani oggetti: steli allungati che partono dalla superficie di una foglia e terminano in una capsula oblunga. Si tratta di uova di Chrysoperla carnea, o crisopa: l’adulto è un insetto verde volante, la larva che sguscerà dalle uova a un’occhiata superficiale non è troppo diversa da una larva di coccinella. Il motivo per cui la crisopa depone le uova in cima a uno stelo è per proteggerle dal più grande nemico comune di tutti gli animali che abbiamo finora incontrato. Infatti sia le larve che gli adulti delle coccinelle e le larve predatrici dei sirfidi e delle crisope possono occasionalmente mangiarsi l’un l’altro o competere fra loro per la stessa risorsa alimentare, ma questa stessa risorsa è spesso protetta da feroci guardiani: le formiche. Sospendendo le uova al di sopra della superficie delle foglie, la crisopa le tiene lontane da questi insetti eusociali notoriamente pacifisti e tolleranti.

La risorsa per cui tutti questi variopinti artropodi se le danno di santa ragione, quella che sta al centro di questo piccolo universo su un cespuglio di rosa, è naturalmente costituita dagli afidi (Aphidoidea).

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Il miglio verde del panda

ResearchBlogging.orgBentornati al Volo del Dodo, il blog che cerca di trovare la sua naturale regolarità mangiando yogurt a caso. Il post di oggi è un po’ lunghetto ma, quando si parla di una situazione controversa, preferisco spendere due minuti in più. Gli stessi due minuti che non sono stati usati per pensare alla trama di Jurassic World.

Hi babe, I'm hot as fuck. Immagine Wikimedia Commons

Hi babe, I’m hot as fuck. Immagine Wikimedia Commons

Pensate ad una specie a rischio di estinzione.

Alcuni di voi avranno certamente optato per elefanti, delfini, balene o leoni. Altri, i più hipster, avranno scelto il kakapo (Strigops habroptilus) o il batagur (Batagur baska). Ma è probabile che tutti, anche solo per un secondo, abbiate visualizzato nitidamente quella grassa palla bianca e nera.

Il panda.

Il panda gigante (Ailuropoda melanoleuca) è la mascotte della lista rossa dello IUCN, il logo minimal del WWF e il peluche più comprato dai bambini che vogliono adottare a distanza una specie simpatica. Non serve quindi che vi ricordi quanto questo tenero orso stia messo male. Un censimento effettuato nel 2002 aveva trovato solo 1596 panda costretti a vivere in popolazioni isolate nelle catene montuose della Cina. Un numero così limitato di individui, suddivisi per di più in piccoli gruppi, influisce sulla diversità genetica di questa specie, che risulta infatti notevolmente ridotta. Una bassa diversità genetica comporta un maggiore rischio di omozigosi per geni deleteri, come quelli responsabili di alcune malattie, senza contare che una popolazione piccola può essere spazzata via da eventi casuali, dai quali, invece, un numero maggiore di animali riuscirebbe forse a riprendersi. Per sopravvivere il panda necessita quindi di un programma conservazionistico.

O no?

La domanda è meno ipotetica di quanto pensiate. I soldi nella biologia della conservazione sono sempre pochi e l’idea del triage sta prendendo piede. Nonostante i cuccioli di panda che starnutiscono siano particolarmente amati da internet, non nascondo di avere sempre avuto anche io qualche perplessità sulle possibilità di ripresa di questo plantigrado in natura. Perché, sebbene la riduzione dell’habitat sia colpa dell’uomo, la realtà è che il panda fa davvero del suo meglio per rimanerci, tra le specie sull’orlo del baratro.

Cominciamo con il cibo.

Il panda è un orso e, come tale, appartiene all’ordine Carnivora. Gli animali che compongono questo raggruppamento hanno un tratto digerente corto, tipico dei mangiatori di carne (duh). Il problema è che, come un hipster che sostiene di non poter mangiare glutine senza peraltro esserne allergico, il panda si nutre solo di bambù. Il bambù è quella cosa che nemmeno Giorgione orto e cucina riesce a rendere saporita, essendo composto per un fottutissimo 80% di indigeribile cellulosa ed un misero 20% di proteine, carboidrati e grassi. È come prendere un Crispy McBacon, infilarlo dentro una risma di fogli A4 e dargli un morso. Vabbè, direte voi, ci sono un sacco di animali che riescono a vivere sgranocchiando piante. Il problema è complesso perché, vedete, digerire la cellulosa è un casino. Servono alcuni enzimi specifici, cellulasi in questo caso, che sciolgano i legami tra le componenti della cellulosa e la rendano così assimilabile.  Alcuni animali, i ruminanti ad esempio, possiedono dei batteri nel loro tratto digerente che producono questi enzimi. Il panda no. L’intestino del panda è pieno di batteri tipicamente da carnivoro, come quelli appartenenti ai generi Streptococcus e Shigella. Sebbene il panda si nutra solo di bambù, nessuno si è preoccupato di dirlo al suo intestino. Ma non è tutto. In generale i panda in cattività sono notoriamente difficili da far riprodurre e i loro piccoli hanno un tasso di sopravvivenza comparabile all’attesa che ha il mondo per un nuovo film con Paolo Ruffini. Questo perché il peso di un pandino appena nato è 1/900 di quello di sua madre, il più basso rapporto tra tutti i mammiferi, che rende le prime settimane della sua vita un periodo molto critico. Quindi, ricapitolando, questa bestia ha effettuato scelte di dieta discutibile, è difficile da far riprodurre in cattività, ha una bassa diversità genetica e il numero degli individui in natura sta calando sempre di più. Insomma questa bestia sembrerebbe avere le stesse probabilità di sopravvivere di una cristalleria a Metropolis quando ci vive il figlio alieno di Kevin Costner. Forse sarebbe più giusto salutarlo e, come pensavo, lasciare che raggiunga l’oblio?

WTF AM I DOING. Immagine Wikimedia Commons

WTF AM I DOING. Immagine Wikimedia Commons

Forse io non capisco nulla e voi dovreste leggere le prossime righe.

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Le nuove frontiere dell’antispecismo

ResearchBlogging.orgSalve, sono di nuovo io, il vostro Francesco Lami, che torna a scrivervi spinto dal desiderio di diffondere la conoscenza ma soprattutto dal capo che fa la voce grossa. Chi non ha mai avuto a che fare, o almeno sentito parlare, di quegli animalisti forse anche benintenzionati, ma di sicuro irritanti, che predicano il cosiddetto “antispecismo”? Bene, non c’entrano niente, e il titolo era solo un clickbait – che parlando di animalisti, mi sembra appropriato.

Il parassita più popolare del cinema è in realtà un parassitoide (LINK: http://it.wikipedia.org/wiki/Parassitoide). Immagine www.tmag.it

Il parassita più popolare del cinema è in realtà un parassitoide. Immagine http://www.tmag.it

Il mondo si divide in due categorie di persone: la prima è composta da quegli individui che, amando l’ordine e la pulizia, si liberano di tutto ciò che ritengono superfluo per massimizzare la loro efficienza. E poi ci sono quelli che, come me, non butterebbero via niente (perché non si sa mai che possa tornare utile in futuro) e si ritrovano la scrivania ricoperta del ciarpame più vario. I casi più gravi di solito vengono presi di mira dai canali di documentari americani , perché dopotutto è a questo che serve la divulgazione scientifica. Tornando a noi, forse sono proprio le persone con le scrivanie più disordinate quelle che si occupano di biologia della conservazione, perché in fondo il principio è lo stesso: è meglio conservare il maggior numero di specie possibili, non si sa mai che possano rivelarsi utili. E se sterminando questo muschio destabilizzassi l’intero bosco? E se la pelle di questa rana contenesse molecole utili in campo medico?

Esiste però un gruppo di organismi che viene generalmente ignorato e addirittura schifato e osteggiato anche dai conservazionisti: i parassiti. A parte poche eccezioni come la lotta biologica, questi organismi e i loro amici parassitoidi e patogeni non sembrano godere della nostra approvazione. Proprio come gli animalisti di Facebook predicano l’amore verso gli animali solo a patto che siano adorabili mammiferi domestici perché gli insetti fanno un po’ schifo, così anche i biologi si prodigano per salvare la biodiversità senza includere tutti quegli organismi che vivono alle spalle di altri.

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La biodiversità in campo

ResearchBlogging.orgIl dodo si è risvegliato ormai da un po’, e dopo lungo esilio anche il vostro Francesco Lami torna a scrivervi di un tema, fra l’altro, che gli è molto vicino; come sapete infatti, altro non sono che un contadino pretenzioso.

Cattura

Fotografia altamente simbolica ma in qualche modo noiosa. Immagine Fischer et al. 2008.

Ci fu quella volta che un noto esponente di un partito di scienziati e intellettuali disse che “con la cultura non si mangia”. Il soggetto venne chiaramente subito investito dall’ira di chi della cultura ha fatto la sua vita, e di chi ha fatto la sua vita del far finta di avere cultura quando in realtà passa i pomeriggi a guardare Il trono di spade, che tanto da un libro è tratto e si sa che i libri sono automaticamente arte . Se mi è però concesso di fare l’avvocato del diavolo, bisogna riconoscere che “cultura” è un concetto molto diversificato, e che non con tutte le culture se magna allo stesso modo. Un letterato può anche passare 10 anni a concepire e rifinire l’opera della sua vita, ma se provate ad addentarla non avrete una gran soddisfazione dal punto di vista nutrizionale, a meno che non siate tisanuri.

Un tipo di cultura di cui letteralmente può rimpinzarsi il pubblico è invece la produzione agricola. Questa generalmente non viene in mente quando si parla di “cultura” in effetti, soprattutto perché i contadini alla fine di una dura giornata hanno un odore rustico e tendono a non venire invitati ai salotti letterari. Ciononostante mangiare non è opzionale per nessuno, ci sono più di 7 miliardi di bocche da sfamare e l’agricoltura porta sulle spalle la maggior parte di questo peso, quindi non dovrebbe stupire sapere che un bel po’ di risorse intellettuali vengono impiegate nello studiare modi sempre più efficienti per riempirsi la pancia.

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La morte può attendere

ResearchBlogging.orgDopo settimane di assenza rieccoci all’appuntamento con “cose-che-scrivo-quando-davvero-dovrei-lavorare-sta-notte-non-dormo-per-rimettermi-in-pari-sono-un-cretino”, una rubrica che meriterebbe un nome più corto ma questo l’ho già brevettato quindi se non lo usassi sarebbe un po’ come sprecare il cibo. L’articolo di oggi ha come oggetto un lavoro recente fatto dai soggetti di EcoEvo@TCD, un blog ganzo di evoluzionisti di Dublino che sembra un titolo da libro di Joyce ma non lo è.

Una bara a forma di ananas. Se non la volete siete già morti ma qualcuno si è dimenticato di dirvelo.

Una bara a forma di ananas. Se non la volete siete già morti ma qualcuno si è dimenticato di dirvelo.

Ci sono argomenti di conversazione che il grande manuale della Contessa di Grantham consiglia di evitare. Parlare di soldi, problemi di coppia e dell’ultimo film di Paolo Ruffini ad uno sconosciuto è decisamente poco saggio, nonché passibile di commenti “alla Martellone” . Tuttavia c’è un tema che, se trattato, non produrrà unicamente sorrisi stiracchiati e occhiate imbarazzate nel vostro interlocutore, ma vi farà apparire come un soggetto dal tatto paragonabile a quello dello strangolatore di Boston.

La morte.

La fine della vita incute ancora un atavico timore a tutti noi. C’è chi tenta di esorcizzarlo comprandosi bare a forma di ananas e chi invece preferisce non pensarci fino all’ultimo, sperando in un avanzamento tecnologico che gli permetta di andare a fare compagnia ad Arnim Zola in un computer quando arriverà il momento.

Nonostante sia impossibile determinare quanto tempo rimanga da vivere a ciascuno di noi (l’idea che sia predeterminato mi sembra inconsistente come il collegamento tra Kamchatka e Alaska in Risiko) possiamo averne una vaga idea dalle statistiche. L’aspettativa di vita per una donna italiana si aggira sugli 84 anni, mentre per gli uomini si ferma alla sempre ragguardevole età di 79 anni. Sebbene entrambe queste stime vengano superate da quelle fatte riguardo alla durata di Grey’s Anatomy, non possiamo proprio lamentarci. Questo allungamento progressivo della nostra permanenza sul pianeta deriva da alcune “barriere” che H.sapiens ha eretto attorno a sé, come la medicina moderna e una migliore alimentazione, per attenuare gli effetti negativi dell’ambiente sulla nostra salute.

Ora, siccome in ecologia il tatto non è una delle caratteristiche più richieste, possiamo provare a trovare conforto per la nostra transitorietà guardando alla durata della vita negli altri vertebrati.

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Apocalisse a Frogtown

ResearchBlogging.org… che è anche il titolo di uno dei migliori B-movies di sempre. Sono Francesco Lami, e al contrario di quanto ormai potreste aspettarvi da me, questa volta vi parlerò di cose che hanno la spina dorsale. Perché anche i vertebrati ogni tanto hanno bisogno d’amore.

It’s a tough job... Immagine bmfcast.com

It’s a tough job… Immagine bmfcast.com

Magari nella realtà non ci sono deserti postatomici, mutande esplosive e tiranni anuri con tre peni come in questo gioiello di film, ma la vita, si sa, può essere lo stesso molto dura. Specialmente se sei un anfibio.

Gli anfibi (“doppia vita”) sono noti innanzi tutto per la loro straordinaria metamorfosi da larva acquatica, cioè girino, ad adulto, e poi per essere un efficace esca per la caccia al francese. Oggi includono Anuri (rane e rospi), Urodeli (salamandre e tritoni) e Apodi o cecilie, questi ultimi probabilmente usciti da un incubo sessuale di David Croenenberg.

Alla fine del Devoniano, 360 e rotti milioni di anni fa, gli anfibi se ne andavano in giro ostentando una certa spocchia: si trattava infatti dei primi vertebrati in grado di aggirarsi impunemente sulla terraferma. Strisciando qua e là sulle loro quattro tozze zampette (caratteristica ereditata da tutti i successivi vertebrati, per questo detti tetrapodi), questi animali guardavano con sufficienza quei loro cugini che non avevano fatto il grande balzo, gli altri Sarcopterigi (pesci il cui nome si può tradurre letteralmente in “pinne cicciose” e che includono dipnoi e celacanti).

Tiktaalik roseae (LINK WIKI), in una foto scattata in quell’età di ribellione in cui vivere nell’acqua con i genitori non era più considerato “da sturbo”, e i giovani cominciavano a sperimentare nuovi orizzonti sulla terraferma. Se un evoluzionista è anche un tamarro, si vorrà tatuere sul bicipite o l’alberello di Darwin con scritto “I Think” (LINK) o questo sarcopterigio (ogni riferimento a fatti o persone reali (LINK A TE MEDESIMO) è puramente casuale). Immagine Wikimedia Commons.

Tiktaalik roseae, in una foto scattata in quell’età di ribellione in cui vivere nell’acqua con i genitori non era più considerato “da sturbo”, e i giovani cominciavano a sperimentare nuovi orizzonti sulla terraferma. Se un evoluzionista è anche un tamarro, si vorrà tatuere sul bicipite o l’alberello di Darwin con scritto “I Think” o questo sarcopterigio (ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale). Immagine Wikimedia Commons.

Ma come il primo modello di uno smartphone che all’inizio sembra rivoluzionario e dopo due mesi è già superato, gli anfibi si trovarono presto di fronte a competitori ben più attrezzati per la vita terrestre: gli Amnioti. Questi bulli, che includono voi e me, sono molto più svincolati dall’acqua rispetto agli anfibi, che hanno una pelle sottile e scoperta, utile come aiuto alla respirazione ma vulnerabile alla traspirazione, e devono deporre comunque le uova in pozze d’acqua.

Dopo un brevissimo regno da padroni delle terre emerse, quindi, i nostri eroi dalla doppia vita si sono accontentati di tenere un basso profilo, saltellando e gracidando di pozza in pozza all’ombra dei sempre predominanti amnioti. Può non sembrare granché come prospettiva, ma al gioco dell’evoluzione l’importante è sopravvivere, e con quasi 7000 specie viventi gli anfibi non se la cavano neanche eccessivamente male a questo gioco. Purtroppo per loro, però, i guai non erano finiti.

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Long Way Round (turtle style)

ResearchBlogging.orgOggi non mi viene in mente nulla per introdurre l’articolo. No davvero, ci ho provato, continuo a scrivere roba senza alcun nesso logico. Sarà il lunedì senza puntata di Game of Thrones? O forse l’avere letto la trama di Jurassic World? In ogni caso benvenuti al Dodo del lunedì.

Un tartaruga liuto vista da vicino. Accarezzatela voi, prego. Immagine Wikimedia Commons

Un tartaruga liuto vista da vicino. Accarezzatela voi, prego. Immagine Wikimedia Commons

Il Museo di Storia Naturale di Bologna ha lo stesso fascino della vecchia casa di un cacciatore morto da anni. Molti bambini emiliano-romagnoli hanno avuto il loro primo vero assaggio della diversità della vita animale nelle polverose sale di via Selmi 3.

Al loro interno, i più sfortunati decidono di diventare biologi.

Tra i vari reperti recuperati da vecchie collezioni in giro per l’Italia alcuni catturano immediatamente lo sguardo del visitatore, come i pesci luna (Mola mola). Altri sono più defilati e si rivelano solo al visitatore più attento. Se dalla sala centrale prendete, invece della più illuminata e attraente scala sulla destra, la rampa che si trova sulla vostra sinistra, vi imbatterete in un gigantesco rettile appeso al muro. Il colore indefinito dovuto ad anni di esposizione non lascia comunque dubbi sull’identità della bestia: una tartaruga liuto (Dermochelys coriacea).

Questi animali sono i più grandi rappresentanti tra quelle che collettivamente vengono chiamate “tartarughe marine”. Sebbene la loro schiena non sia caratterizzata da un carapace osseo come nei Chelonidi (tipo Caretta caretta) le tartarughe liuto hanno in comune con loro una caratteristica.

Viaggiano. Un sacco.

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L’ovario è mio e me lo gestisco io

Disclaimer: l’autore di questo articolo è scettico e prevenuto nei confronti dello studio che sta per tentare di esplicare. Ma nessun futuro (speriamo) scienziato vuole fare la figura di un Urbano VIII qualunque, quindi si manda giù il boccone amaro e si accettano i risultati dello studio. Finchè qualcuno che ne capisce meglio del sottoscritto per quanto riguarda la statistica e la metodologia non stroncherà il tutto. No dai, scherzo. Forse.

Berberis vulgaris in un illustrazione del 1885.

Berberis vulgaris in un illustrazione del 1885. Immagine Wikimedia Commons

L’etologia è generalmente considerata come la scienza che studia il comportamento.

Ovviamente animale, direte voi: nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere un Lorenz seguito da una fila di gerani o un Tinbergen studiare il comportamento nuziale e territoriale di una pianta grassa.

Perchè ovviamente le piante sono sessili, quantomeno la stragrande maggioranza di loro.

Per un animale, invece, un comportamento (o la modificazione di quest’ultimo) si manifesta soprattutto attraverso il movimento, sia esso lo spostarsi da un posto all’altro oppure semplicemente esibire  un display . Ma se leggiamo il comportamento come risposta di un organismo a stimoli interni (all’animale) ed esterni (dall’ambiente), la storia cambia. Per anni ci sono stati studi su queste risposte da parte delle piante, ma prettamente a livello fisiologico: le interazioni tra piante e altri organismi, benchè comunissime (e fondamentali) in natura, non avevano mai portato a delle prove solide riguardo a veri e propri “comportamenti” di risposta causati da altri esseri viventi.

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