Cuore di rana

Benvenuti a STOrie Ridotte Naturalmente Interessanti (STO.R.N.I.), la serie di articoli in cui parlo di un lavoro recente che mi è rimasto particolarmente impresso in meno di 1000 parole. No, non c’era davvero bisogno di un altro acronimo. Gli argomenti saranno più mirati rispetto ai normali post, ma forse è un bene, visto che tendo ad essere estremamente prolisso e la gente suole invitarmi a smettere di parlare tirandomi DVD di Ghost Rider 2.

Oophaga pumilio è una rana così tenera e colorata che verrebbe da abbracciarla. Non fatelo. Immagine Wikimedia Commons

Oophaga pumilio è una rana così tenera e colorata che verrebbe da abbracciarla. Non fatelo. Immagine Wikimedia Commons

Le rane della famiglia Dendrobatidae hanno una brutta fama.

Dopo l’ipnorospo e quel-rospo-che-mio-cuggino-ci-ha-leccato-la-schiena-ed-è-un-trip-allucinante, questi anfibi possono vantare di essere riconosciuti quasi istantaneamente con il nome di rane freccia. Leggenda vuole che gli indios accattino il veleno delle coloratissime rane per usarlo nei dardi e stendere le loro prede. Nonostante la cosa sia vera, vale la pena ricordare che solo 3 specie del genere Phyllobates sono usate per questo scopo, mentre le altre 170 specie di Dendrobatidi vivono di rendita su queste voci. Anche se non tutti questi anfibi sono mortali al tocco, molti possiedono sostanze che, se ingerite, possono provocare danni alle cellule nervose e muscolari dei loro predatori. Queste rane però non si producono il veleno da sole, come farebbe qualsiasi organismo con un minimo di decenza, ma preferiscono piuttosto rubarlo ad animali come termiti, formiche e millepiedi.

Mangiandoli.

Una volta ottenuti questi composti chimici, chiamati alcaloidi, i Dendrobatidi li immagazzinano in alcune ghiandole speciali nella loro pelle, pronti ad usarli per difendersi. Tutto questo meccanismo sembra funzionare molto bene, con un unico difetto: i piccoli non mangiano gli insetti e quindi non possono proteggersi. O almeno questo è quello che si è sempre pensato.

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Le cronache del ghiaccio e del lemming

Due comunicazioni rapidissime. Prossimamente il blog ospiterà anche articoli ridotti (tipo <1000 parole) in una nuova rubrica per cui devo trovare ancora un acronimo intrigante e assolutamente indicato per una persona della mia età. I L.AMA.N.T.IN.I tornano poi al venerdì. Ora che siete pronti ad incominciare mettete come sottofondo questo.

“Ascolta il mio ruggito” è il noto motto di casa Lemmingster. Immagine Wikimedia Commons

“Ascolta il mio ruggito” è il noto motto di casa Lemmingster. Immagine Wikimedia Commons

La tundra è uno di quei posti dove davvero non ci sono le mezze stagioni. Le temperature variano da una media di –15/-25° durante l’inverno a qualche grado sopra lo 0 d’estate. Il permafrost, presente a pochi centimetri dalla superficie, impedisce la crescita di tutto ciò che non sia un muschio, un lichene o piante arbustive come le ericaceae. In molti casi, come nel nordest della Groenlandia, il terreno è poi ricoperto dalla neve per 8/9 mesi ogni anno e l’estate vera e propria non dura che il tempo necessario per un paio di apericene dal prezzo gonfiato. Lo scenario, oltre ad essere perfetto per fare centinaia di foto #OMGSNOW, sembrerebbe ostile a qualsiasi tipo di fauna.

E lo è.

Ma la vita ha trovato il modo e quindi, anche se la quantità di specie non è paragonabile a quella che potremmo osservare in una foresta pluviale, anche nella tundra possiamo trovare animali il cui solo nome evoca leggende.

I lemming.

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L’Albero delle Termiti

Salve, sono Francesco Lami, forse vi ricorderete di me per guest posts come Un Insetto a Orologeria e Harmonia axyridis, ovvero come imparai a preoccuparmi e a temere la coccinella. Sono recentemente stato promosso a coautore del blog oltre che, apparentemente, a suo disegnatore ufficiale. Ottime notizie per tutti voi, perché se continua così la mia scalata al potere presto estrometterò del tutto il suo proprietario originale. Nel frattempo, eccovi un nuovo articolo.

Non si assomigliano molto, vero? E invece attenti, perché vi aspetta un colpo di scena che neanche nelle peggio soap operas. Immagini Wikimedia Commons.

Non si assomigliano molto, vero? E invece attenti, perché vi aspetta un colpo di scena che neanche nelle peggio soap operas. Immagini Wikimedia Commons.

Mi piace pensare che i miei interessi nel mondo della biologia siano relativamente diversificati. Ho una dignitosa collezione di fossili, me la cavicchio nell’identificazione delle più comuni piante locali, ero appassionato di erpetologia e, quando capita, mi diletto nel bird-watching, nello snorkeling e nella microscopia d’acqua dolce. Così mi ero detto: “Fra, vecchia quercia, hai già propinato ai lettori due articoli sugli insetti, questa volta parla di qualcosa di diverso”.

E invece niente, vi beccate un altro articolo sugli insetti.

D’altronde a chi gliene frega qualcosa di tigri e uccelli del paradiso quando si possono avere gli scarafaggi?

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Il museo che non dovrebbe stare in un museo

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E chiuso

Il nuovo articolo è una recensione del museo che io e altri soggetti abbiamo visitato un mese fa. oggi parliamo del MuSe. La prima parte è la mia mentre, a seguire, trovate anche altre impressioni anonime. Passando ad altro, Francesco ha anche disegnato diversi loghi (Lo ha fatto lui perchè io non merito di avere il pollice opponibile, quando si tratta di tenere una matita in mano) che potete trovare qui. Votate quello che vi piace di più!

Gli edifici pieni di vetrate mi incutono timore.

L’origine di questa inquietudine deriva probabilmente da quando, atterrato al modernissimo aeroporto di Dubai, venni selezionato per un controllo totale (dai bagagli ai calzini) dalla polizia aeroportuale.

No, non si arrivò ai guanti di lattice.

Sì, la scatola che li conteneva era nella stanza.

Questo episodio mi tornò alla memoria quando, tentennando, varcai per la prima volta la soglia del MuSe. Inaugurato quest’estate, il nuovo museo delle scienze di Trento vanta ottime recensioni da parte di chiunque lo abbia visitato. Io, che ho testato l’istinto paterno/materno dei miei genitori sin dalla più tenera età per farmi accompagnare in tutti i musei di storia naturale, non potevo mancare. Temendo di incappare nuovamente in una trappola di cristallo pregai diversi colleghi di unirsi alla spedizione. Molti, accettarono di buon grado, probabilmente ignari del pericolo.

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L.AMA.N.T.IN.I #3

Terzo appuntamento con L.AMA.N.T.IN.I (Link AMAbilmente Nuovi Trovati IN Internet)! La rubrica che da oggi verrà presentata a settimane alterne. Come al solito, se avete notizie interessanti non esitate a contribuire nei commenti. Alla prossima settimana per un nuovo articolo!

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Ci serve una barca più grossa

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Con(pa)tagion

Bentornati all’ appuntamento con l’articolo che non posso delegare ad altre persone! La settimana scorsa L.AMA.N.T.IN.I. non è uscito perché ero a Lucca Comics and Games a fare vergognare le persone che mi accompagnavano era festa. Questa settimana si recupera con una edizione SPECIAL e preparatevi ad un post che raccoglie il mio parere e quello di altre persone estremamente influenti sul MuSe di Trento. No, non mi hanno fatto entrare gratis. Sì, c’era un dilofosauro.

Halloween è passato da poco e Natale, con il suo corredo di canzoncine ammorbanti, è sempre più vicino. È il clima giusto per un articolo sui signori della notte, gli animali che incutono timore nel cuore di colui che li osserva: i pipistrelli.

Il terrore e il raccapriccio sono potenti in questo figlio delle tenebre.

Il terrore e il raccapriccio sono potenti in questo figlio delle tenebre.

Beh, non solo sui pipistrelli. Avete presente Contagion? Ho amato quel film. Il virus responsabile della morte di Gwyneth Paltrow (non è uno spoiler! Tira le cuoia a neanche 5 minuti dall’inizio) era stato ritrovato, per la prima volta, in un pipistrello. Forse non avete dato troppo peso alla cosa, o magari siete stati solo contenti che il simpatico mammifero fosse stato usato come vettore dalla pandemia che ha eliminato Kate Winslet (questo è uno spoiler, fatemi causa). Ma la verità è un’altra e, per dirla come Laurence Fishburne (c’è pure lui nel film), potete fare finta che non esista o vedere quanto è profonda la tana del bianconiglio.

Questa è la vostra pillola rossa.

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Il mio regno per un ananas

King Charles receiving the first Pineapple cultivated in England by Hendrik Danckerts. Immagine Wikimedia Commons

King Charles receiving the first Pineapple cultivated in England by Hendrik Danckerts. Immagine Wikimedia Commons

Matteo Vecchi potrebbe essere oggetto di odio aperto e viscerale. Le sue conoscenze entomologiche e botaniche spaziano dalle informazioni più marginali agli articoli più recenti. Possiede anche quella simpatica capacità di riuscire nelle cose che non ha mai fatto prima, siano esse una ricerca di fossili nel greto di un fiume o l’ analisi di dati biologici in R. Il post di oggi è suo, e racconta di come le caratteristiche evolute da alcune piante abbiano influito sul successo di intere famiglie vegetali. Si, ho il complesso di Vegeta nei confronti di Matteo.

Disclaimer: questo post è carente di citazioni pop

“The greatest service which can be rendered any country is to add a useful plant to its [agri]culture.

Così disse Thomas Jefferson, il 3° presidente degli Stati Uniti, ed è innegabile che il continente che più di tutti ha reso questo servizio è l’America. Oltre ai famosi esempi di colture introdotte a seguito del viaggio di Colombo (come pomodori, patate, mais, peperoncini, cacao e zucche), un frutto una infruttescenza è stata a lungo simbolo di potere e prestigio: sto parlando dell’ananas.

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L.AMA.N.T.IN.I #2

È trascorsa un’altra settimana ed eccoci al secondo appuntamento con L.AMA.N.T.IN.I (Link AMAbilmente Nuovi Trovati IN Internet)! La rubrica che sembra uguale a quelle che potete trovare su Not Exactly Rocket Science o Arthropod Ecology ma non lo è. Perché non si può accusare di plagio un sirenide. Di seguito trovate le due categorie: link inglesi e link italiani.

Passate un week-end con la scienza!

No. Focus non vale.

Immagine Wikimedia Commons

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